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Dalla finzione alla realtà: la strana vicenda della Duff Beer

Dalla finzione alla realtà: la strana vicenda della Duff Beer
Lunedì, 25 Novembre 2013
Dal 1990 Homer Simpson si mette comodo sul divano della sua villetta di Springfield e inizia a scolare il suo piccolo arsenale di lattine di Duff Beer; una dopo l’altra, immerso nei programmi televisivi, ignorando i suoi doveri di padre e marito. Talvolta gozzoviglia e sorseggia l'ambrata bevanda, magari spillata fresca nei boccali, con gli amici alla taverna di Boe.

Le locandine pubblicitarie della Duff Beer tappezzano Springfield; la birra sponsorizza eventi e ha anche una mascotte, Duffman, muscoloso, vincente, con un grande mantello rosso. Una finzione così amata, quella dei The Simpsons, che tutto ciò che è stato mostrato in quasi venticinque anni di trasmissione è diventato familiare e oggetto di culto, seppur virtuale. Ci sembra di conoscere i personaggi, i posti in cui vivono, l'arredamento della casa e dei luoghi pubblici. La Duff Beer non fa eccezione!





È entrata prepotentemente, con la sua etichetta rossa, nel nostro immaginario. Facile pensare di produrla nel mondo reale e sfruttare la notorietà acquisita nel corso di quasi venticinque anni sotto i riflettori.

La sua produzione e vendita nella realtà hanno sollevato non solo un argomento giuridico stimolante (può un marchio che esiste solo nella finzione essere registrato e tutelato come un vero brand? Potete anche leggere un articolo interessante sul tema) ma anche una riflessione sull’idea paradossale di sfruttare per fare business una multinazionale fittizia, creata, nell’intenzione degli autori, per sbeffeggiare certe dinamiche della società occidentale, assoggettata al consumismo, schiava del marketing, con le grandi aziende ormai padrone delle vita dei cittadini.

Paradossale o no, sono in tanti ad aver fiutato l’affare.

Già nel 1996 la Twenty Century Fox e Groening vinsero una causa contro un birrificio australiano, il Lion Nathan, che aveva iniziato a produrre una Duff Beer. Questa.

Una manciata di anni fa sono comparse anche in Italia le bottiglie di Duff Beer (questa volta identiche a quelle della serie animata) in vendita nel banco frigo di molti locali. Molti, notando quelle familiari etichette rosse, hanno esclamato: Ma esiste davvero?

La stessa locandina pubblicitaria rispondeva: Sì, esiste davvero.

La Duff Beer imbottigliata ufficiale, in vendita teoricamente con regolare licenza, che dal 2008 troviamo anche in Italia, è prodotta unicamente in Belgio ed è opera di un imprenditore messicano, Rodrigo Contreras, che nel 2002 iniziò a cercare di contattare Matt Groening, il creatore dei Simpson, e la Fox, il produttore, per realizzare la birra. Nel 2006, ottenute tutte le autorizzazioni, iniziò la produzione.

Ci sono delle zone scure nella storia, dal momento che il prodotto è commercializzato in quasi tutto il mondo ma non negli States e che spesso viene riportato come l’unica Duff Beer approvata dai produttori dei Simpson sia quella venduta, alla spina, esclusivamente negli Universal Studios di Orlando, Florida. In più, tanto per aggiungere altra carne al fuoco, negli Stati Uniti viene venduto un energy drink dalla lattina identica a quella della birra di Springfield.

Come se non bastasse, questa intricata vicenda viene ulteriormente complicata dal fenomeno della contraffazione.

Risale a inizio novembre una curiosa notizia che riguarda la Duff Beer nel nostro Paese: la Guardia di Finanza di Verona ha sequestrato, in un’azienda di San Mauro Pascoli, 12 mila confezioni di Duff Beer contraffatte (bottiglie e lattine da 33 cl), e bloccato la commercializzazione di altre 96 mila. Sembra che un distributore di Torino vendesse in tutta Italia birre che riportavano il classico segno distintivo ® senza essere effettivamente prodotte e distribuite da aziende titolari o concessionarie del marchio. In questi giorni gli inquirenti stanno cercando di ricostruire l’intera catena dedita alla falsificazione, che sembra partire da un birrificio in Germania, con indagini anche in Romagna e San Marino. Ai responsabili una denuncia per “vendita di prodotti riportanti segni mendaci, idonei a trarre in inganno l’acquirente a causa della indiscutibile somiglianza con il prodotto originale”.

I siti relativi alla Duff Beer sono tanti, alcuni non più aggiornati, e nella giungla dei link più o meno autorevoli non è facile capire quale sia quello ufficiale. C’è questo sito tedesco, questo messicano, questo di un distributore italiano, questo di un altro italiano, e non ne manca uno inglese.

Se per Homer è davvero semplice bere una autentica Duff Beer, per noi questa birra rimane ancora avvolta in un'aurea misteriosa.

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